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E’ stata la competizione più vista, su qualunque canale televisivo, di questo 2021. No, non stiamo parlando delle Olimpiadi di Tokyo 2020, spostate all’anno successivo, e che per quindici giorni hanno catalizzato l’attenzione del mondo intero. Anche i paesi più piccoli, infatti, avevano in campo o in pista qualche atleta, con almeno una piccola speranza di medaglia, o almeno di disputare la finale. Ma non è stata nemmeno la Finale dei Campionati Europei di Calcio. Sicuramente, italiani e inglesi, erano tutti davanti al teleschermo quella sera. Probabilmente, però, non c’è stato lo stesso l’interesse nel resto dell’Europa, per non parlare del resto del mondo. La competizione più vista del 2021 è “Squid Game”. Dal nome, potrebbe sembrare un videogioco e, in effetti, la grafica, le situazioni e lo sviluppo narrativo lo ricordano molto, come da tradizione del sud est asiatico. Per chi lo avesse già visto, non aggiungiamo nulla di nuovo. Per chi non ne avesse l’intenzione, avrebbe senz’altro buoni motivi per non farlo. Per chi non l’ha ancora fatto, ma ci sta pensando, aggiungiamo solo un piccolo spoiler, in conclusione. Squid Game è la serie televisiva coreana, in onda sul canale televisivo a pagamento Netflix, disponibile per la visione da qualche settimana. In poco più di un mese, è divenuta non solo la competizione più seguita del 2021 ma, addirittura, uno dei programmi più visti di sempre. Con oltre 150 milioni di spettatori, ha polverizzato ogni record precedente detenuto dalle serie televisive europee o americane, avvicinandosi ai record della tv generalista (e non a pagamento) della storia. Fra questi record (ufficiosi) viene sempre, infatti, citato il funerale di Lady Diana, mentre il programma più visto della storia sembra sia stato in realtà la puntata finale di un varietà televisivo cinese… Squid Game, oltretutto è un prodotto molto particolare, la cui visione, vietata ai minori di 14 anni, andrebbe sconsigliata certamente a molti altri, under 18 sicuramente, ma anche soggetti sensibili e a rischio di emulazione. Violenza (reale e suggerita), omicidi, suicidi, ma anche scene cariche di tensione, fastidiose, che mettono alla prova i sentimenti e la morale. Per un pubblico maturo e consapevole, invece, un piccolo capolavoro. Il plot è noto: un gruppo di persone con alle spalle debiti enormi e insanabili, inseguiti dai creditori, ricercati dalla polizia, minacciati dalla malavita, con alle spalle famiglie disastrate, violente e disperate vengono attirate (non costrette) da sconosciuti su di un’isola, con il miraggio di un riscatto definitivo. Partecipare a una serie di giochi di bambini: i vincitori torneranno a casa con una cifra iperbolica e la possibilità di ricominciare tutto da capo, i perdenti dovranno pagare con la vita. Non aggiungiamo altro, di questo apologo grottesco che il regista Hwang Dong-hyuk scrive e dirige, ambientandolo in un futuro distopico, un medioevo di plastica, colorato come un manga, dimostrando di sapere bene il fatto suo. Ne viene fuori uno scontro epocale fra il bene e il male, la vita e la morte, i super ricchi e i diseredati, la morale e il profitto, in un susseguirsi di situazioni dove non c’è mai una risposta definitiva che la natura umana sia in grado di dare, di fronte ad una scelta. Il tutto, mettendo insieme, fra rimandi e citazioni, capolavori del cinema del presente e del passato. Da Rollerball a Il Gladiatore, da Guerre Stellari a Eyes Wide Shut, da The Island ad Arancia Meccanica, con un po’ di Lupin III, fino al richiamo finale a Citizen Kane (Quarto Potere). Il tutto, per descrivere una società, quella coreana (soltanto quella?...) dove la deriva del turbocapitalismo ha portato alla creazione di una casta di super ricchi e, allo stesso tempo, a milioni di diseredati, tra grattacieli e palazzi dai prezzi stellari e strade piene di senzatetto, carriere fulminanti e arricchimenti esorbitanti che nascondono in realtà truffe, speculazioni, fallimenti e crack miliardari sempre dietro l’angolo. Con una classe sociale, quella dei non garantiti, sempre più fragile e costretta a lottare con i pari grado, sempre per evitare l’ultimo posto della fila. Nelle situazioni più estreme, dove è in gioco la sopravvivenza, si rileva il meglio e il peggio delle persone… Sembra una serie scritta in piena pandemia, con la popolazione costretta in situazioni claustrofobiche, in guerra contro la malattia e contro se stessa. Ma è stata invece ideata l’anno precedente. Lo spoiler non è quindi rivelare la conclusione: chi vincerà l’ultimo gioco, il gioco del calamaro? Qualcuno riuscirà a sopravvivere, sarà un concorrente o più di uno ad aggiudicarsi il premio finale? Ci sarà una seconda serie? Lo spoiler invece, al di là del finale, sta nel messaggio. Super ricchi e super poveri, in fondo, condividono la stessa disperazione; la sopravvivenza, magari non tanto quella fisica, è solo nella capacità di mantenere in ogni situazione, anche la più estrema, coerenza, rigore morale e qualcosa della propria umanità. Solo così si può uscire da Squid Game.           

 

Andrea De David

presidenza@csibologna.it

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